Brain Rot
A/V Installation
Ohbrain presenta Brain Rot, un’installazione audiovisiva a cura di Nicola Carpeggiani e Alessandro Roberti di Studio Cliché presentata a Videocittà 2025.
Brain Rot è un termine che descrive la progressiva deteriorazione mentale e intellettuale causata dall’eccessivo consumo di contenuti digitali di bassa qualità, uno specchio deformante della società e della cultura contemporanea.
Nell’era della comunicazione istantanea, siamo costantemente sommersi da un flusso ininterrotto di informazioni, al punto che la nostra mente diventa progressivamente impermeabile alla loro reale comprensione.
L’accumulo compulsivo di stimoli si traduce in un sovraccarico caotico che, anziché arricchire, disorienta e anestetizza la nostra capacità di attenzione e di pensiero critico.
Il progetto evidenzia l’illusoria connessione offerta dai social media, esponendo lo spettatore a un feed alterato e destabilizzante che, pur imitandone l’estetica, ne svela gli effetti di alienazione, ansia e dipendenza.
Il cuore pulsante di Brain Rot è un flusso audiovisivo generato in tempo reale: un organismo in continua mutazione. Non è previsto un punto di arrivo: le immagini e i video riprodotti si deformano fino a dissolversi nel momento stesso in cui appaiono, come succede nei feed digitali che consumiamo compulsivamente. Come se l’autodistruzione di questi contenuti rappresentasse un rituale non più individuale ma collettivo.
La scelta dei dispositivi di riproduzione sottolinea una probabile continuità scopica tra lo zapping televisivo e lo scorrimento passivo di contenuti digitali.
Il tracking biometrico ostacola l’imperante culto della personalità, riducendo i volti brandizzati di content creator e influencer a ombre incerte, a volte inquietanti, cercando di spostare l’attenzione del pubblico su gesti spesso ricorrenti ma del tutto privi di significato una volta decontestualizzati.
L’installazione non intende affatto demonizzare l’utilizzo dei social media. Si tratterebbe di un atteggiamento tecnofobico, decisamente ipocrita e retrogrado. In un certo senso, Brainrot sembra essere una performance ricorsiva incentrata proprio sull’urgenza collettiva di performare ininterrottamente, così da evidenziare l’intima contraddittorietà di un sistema da sovvertire piuttosto che da rifiutare.
Foto di Omar Golli
2025
Approfondimento del testo a cura di Jacopo De Blasio
Per l’Oxford Dictionary, la parola dell’anno 2024 è Brain rot. Una locuzione che indica letteralmente la marcescenza del cervello, ovvero il deterioramento cognitivo causato dall’eccessivo e reiterato consumo di contenuti superficiali online.
Una fruizione costante ma passiva che tra post, stories, reel e meme rifugge dalla complessità del presente, restituendo l’impossibilità o forse la paura di comprendere a fondo la realtà circostante. Diretta conseguenza di questo disfacimento è infatti la progressiva rimessa del pensiero critico. E l’inganno della verosimiglianza, di narrazioni sempre più distorte per quanto credibili, espone il fianco a possibili manipolazioni e alterazioni della propria singolarità. Questo termine, in realtà, non è affatto un neologismo. Già Henry David Thoreau lo utilizza nel 1854 in Walden. Or, life in the Woods per opporsi all’eccessiva semplificazione del senso comune, così come al relativo disinteresse delle istituzioni del tempo, mettendo a confronto la putrescenza delle patate con quella decisamente più allarmante del cervello umano. Il marciume descrive quindi l’anestesia dell’attenzione ma, soprattutto, la condivisa rinuncia all’esperienza diretta. Nell’era del Tecnocene, l’accezione assunta da questa espressione figurata non è poi così differente: opinioni di rimando e restituzioni banalizzanti della quotidianità digitale attestano l’alienante resa della curiosità, dell’innato desiderio di conoscere. La collettività sociale versa in uno stato confusionario. E il fluire senza sosta di molteplici stimoli omologanti si traduce in un sovraccarico spesso difficile da gestire. Tra indignazioni effimere, disinformazione, sponsorizzazioni capillari e attivismo di seconda mano, la dissimulazione del reale si verifica tramite gesti compulsivi e specifici pattern comportamentali, rimettendo in discussione il concetto stesso di interazione.
L’opera di Nicola Carpeggiani e di Alessandro Roberti, entrambi membri di Studio Cliché, si propone di contestare l’illusoria quanto paradossale connessione stabilita dai social media.
L’installazione espone il pubblico allo scorrimento di materiale audiovisivo generato in tempo reale. Si tratta di un feed destabilizzante. Un organismo autonomo in continua mutazione. Brainrot non presenta alcuna struttura narrativa. Non è previsto un punto di arrivo: le immagini e i video riprodotti si deformano fino a dissolversi nel momento stesso in cui appaiono sugli schermi dei molteplici dispositivi utilizzati per comporre la struttura totemica dell’installazione. Come se l’autodistruzione di questi contenuti rappresentasse un rituale non più individuale ma collettivo. Un atto costantemente in divenire, esacerbato dall’irrefrenabile ossessione dello scrolling. E la scelta dei dispositivi di riproduzione non è affatto casuale, in quanto sottolinea una probabile continuità scopica tra lo zapping televisivo e lo scorrimento passivo di contenuti digitali. Al contrario, la selezione dei video e delle immagini da manipolare avviene in maniera randomica, attraverso le intangibili scaffalature di un imponente archivio mediatico realizzato negli anni, scongiurando il rischio di possibili ripetizioni. Mentre il superamento delle frequenze audio di una specifica soglia di tolleranza comporta la prevaricante sovrapposizione tra i contenuti visualizzati e le relative piattaforme di afferenza. Tuttavia, la presenza di materiale generato con l’intelligenza artificiale, instilla il dubbio nello sguardo del pubblico, addentratosi negli interstizi di questo insolito eppure familiare scenario digitale. Il dilagante Blob della contemporaneità rende sempre più labile il confine tra realtà e finzione, mostrando punti di vista differenti rispetto all’egemonia riflessiva della camera interna. Allo stesso modo, il tracking biometrico ostacola l’imperante culto della personalità, riducendo i volti brandizzati di content creator e influencer a ombre incerte, a volte inquietanti, cercando di spostare l’attenzione del pubblico su gesti spesso ricorrenti ma del tutto privi di significato una volta decontestualizzati. Il risultato visuale di questo processo potrebbe rimandare ai distopici collage punk degli anni Settanta e Ottanta così come ai più recenti esiti della Post Internet Art. Ma nonostante tutto, l’installazione non intende affatto demonizzare l’utilizzo dei social media. Si tratterebbe di un atteggiamento tecnofobico, decisamente ipocrita e retrogrado. In un certo senso, Brainrot sembra essere una performance ricorsiva incentrata proprio sull’urgenza collettiva di performare ininterrottamente, così da evidenziare l’intima contraddittorietà di un sistema da sovvertire piuttosto che da rifiutare.